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TEATRI PRIVATI, SENZA SOVVENZIONI FUTURO A RISCHIO
L’Agis contro il regolamento ministeriale

“Un attacco al cuore del teatro privato italiano, con ricadute pesanti su tutti i cittadini; in questo modo ci portano alla chiusura”: così Pietro Longhi, presidente dell’Agis Lazio, annuncia l’avvio di azioni legali a catena contro un regolamento ministeriale che privandoli di sovvenzioni metterebbe a rischio ventiquattro teatri italiani. “2.500 posti di lavoro in fumo, più tutte le compagnie ospiti che saltano” è il futuro a tinte fosche disegnato da Longhi. Fra i ventiquattro, palcoscenici storici come il Brancaccio e la Sala Umberto, il Ghione, Palladium e Quirinetta, Teatro Italia, Roma e Vittoria nella Capitale; l’Alfieri, con il Gioiello e l’Erba a Torino; Martinitt e Carcano a Milano; Diana a Napoli, la Contrada a Trieste.

Viene spiegato, davanti a una platea di operatori, fra cui Stefano Marafante della Bilancia, e attori come Edoardo Siravo: “La riforma varata dal ministero doveva essere una semplificazione, e invece per la prima volta lo Stato è diventato editore, ergendosi a giudice di cosa sia giusto finanziare, e cosa no. Teatri in attività da trent’anni declassati a imprese di produzione”. La commissione ministeriale “ha escluso a priori i componenti di una parte importante del teatro italiano, seguendo valutazioni in contrasto con le premesse del nuovo Fus, che richiedono competenze imprenditoriali e una serrata attività, e invitano all’aggregazione tra produzioni e teatri”. A essere premiate dal ministero sono la ricerca e l’innovazione “ma c’è un malinteso - osserva Fioravante Cozzaglio, Carcano -. Se l’imputazione è di fare un teatro commerciale, non è certo un disvalore lavorare per il pubblico!”. Alessandro Longobardi, del Brancaccio, fa notare: “La qualità te la devi poter permettere. Scandaloso ci venga comunicato ora il cambiamento d’indirizzo dopo che abbiamo preso impegni con le compagnie. Come noto il nostro lavoro si svolge un anno per l’altro”. Cozzaglio: “C’è aria di regime: la cultura del teatro Valle, dove con l’equivoco dei beni comuni si è difesa una sala occupata”.

Martellini Laura

Dal Corriere della Sera del 16/05/2015

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